La morte in-attesa

Avete mai sentito le parole “morte in utero”? Oppure “lutto perinatale”? Quando si parla di lutto perinatale si intende quando si perde un bambino durante la gravidanza, durante il parto o dopo la nascita.

Ma nessuno mai vi parla di morte.

Nessuno pronuncia questa parola che, nonostante vantiamo di essere nel 2020, ancora è considerata tabù. Ed è per questo motivo, che ci tengo a raccontare la mia storia: perché le cose brutte succedono, succedono a tutti e quando accadono sono una vera pugnalata allo stomaco.

Ho 29 anni e sono sposata con Andrea dal 2015; entrambi abbiamo desiderato fin dal primo momento di mettere su famiglia, motivo per cui abbiamo deciso di comune accordo che, una volta sposati, avrei smesso di prendere la pillola!

Dopo 9 mesi di ricerca, finalmente, un test di gravidanza positivo!! Non sto neanche a descrivervi la nostra gioia: la stessa che accomuna tutte le coppie non appena appaiono quelle 2 lineette rosa sul test di gravidanza! Chiamo subito la mia ginecologa, fisso un appuntamento e alla prima visita tutto procede perfettamente, fino alla 12esima settimana, quando in ospedale, facendo l’ecografia del test integrato, mi sento dire le parole più brutte sulla faccia della terra: “non c’è più battito”.

Ho pianto.

Oh, quanto ho pianto!! Mi hanno rimandata a casa, dicendomi di tornare il giorno successivo per farmi sottoporre ad un raschiamento. Mi sono presa una settimana di mutua da lavoro, una settimana passata a tormentarmi, a chiedermi cosa potessi aver sbagliato in quei pochi mesi. Ma di carattere non mi lascio abbattere facilmente, anzi!

Sono un’eterna ottimista, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno e trovo sempre il lato positivo in ogni cosa. Decido quindi che non poteva essere stata colpa mia, che non avevo motivo per farmi dei crucci di continuo e quindi, io e mio marito, decidiamo di riprovarci subito e, sorpresa delle sorprese, dopo un mese ero di nuovo incinta!!

Cambio ginecologo e fisso un appuntamento, arrivo al giorno della prima ecografia con un’ansia pazzesca. Il mio ginecologo guarda il monitor e sorride, lo gira e mi fa vedere un piccolo embrione di 3,5cm che saltella dentro di me!! Improvvisamente tutte le mie paure spariscono, ricordo che non avevo più quel fastidioso peso sullo stomaco!

La mia gravidanza continua benissimo, mai avuto una nausea, mai una voglia strana! Arriva il quinto mese e con lui anche l’ecografia morfologica e io e Andrea scopriamo di aspettare Alice!! Una bambina!! Lo sapevo, lo sentivo!! Mio marito piange di gioia! Usciamo dall’ospedale, abbiamo le ali sotto i piedi e camminiamo a 20cm da terra, con uno stupido sorrisetto stampato sulla faccia!

Decidiamo di andare a comprare qualcosa di rosa e alla fine torniamo a casa con una quantità imbarazzante di body, pagliaccetti e tutine rosa! La mia pancia cresce giorno dopo giorno, i movimenti di Alice si fanno sempre più presenti: mi da il buongiorno al mattino e diventa un piccolo terremoto non appena mi corico sul divano! Mia mamma e mia suocera iniziano a sentirsi sempre più nonne, iniziano a fare shopping invernale (a lei che doveva nascere a fine Luglio), “perché così almeno ha già il guardaroba pronto”!

Ad aprile iniziano a corsi preparato, li frequento con interesse e sono felice di entrare in questo nuovo giro di mamme! A maggio inizio a pensare alla borsa da portare in ospedale e mi faccio dare la lista delle cose da portare, quante cose che mi mancano!! La sua cameretta è libera, svuotata dalle cose inutili, con una parete dipinta di rosa e una a strisce rosa e bianche; la poltrona su cui sognavo di allattare è lì, nell’angolo vicino alla finestra; il mobile con i cassetti già pieni delle mille tutine che avevamo comprato!

Non vedo l’ora che arrivi la dpp! Un giorno (ero alla fine del settimo mese/inizio dell’ottavo), per esattezza il 20 maggio 2017, un sabato mattina, mi sveglio con dolori lancinanti alle gambe e al basso ventre. Mi alzo a fatica e cerco di camminare, ma non so perché non riesco neanche a tirare su la schiena dal dolore. Come se non bastasse Alice non mi aveva ancora dato il buongiorno. Suona il citofono, è mia mamma “ho fatto un giro sul mercato e ti ho comprato una vestaglia carina per il parto!”, non so esattamente che idea avesse lei di ‘carina’ visto che mi aveva preso una vestaglia orrenda con dei fiorellini bianchi e blu disegnati!

Comunque, le confido che sto male, le chiedo di fare un giro sul mercato, perché magari un po’ d’aria potrebbe farmi bene! Non riesco neanche a raggiungere la piazza principale, i dolori non passano, anzi, aumentano e le chiedo di portarmi in pronto soccorso. Mentre siamo in macchina chiamo mio marito, che lavorava a due passi dall’ospedale. Arrivo in pronto soccorso, aspetto meno di 15 minuti e passo subito.

Racconto all’infermiera quello che stava succedendo: 25 anni, anemica, seconda gravidanza, 30 settimane, non sento la bambina muoversi, dolori alle gambe e al basso ventre. L’infermiera mi manda al 3° piano, in ginecologia, dove una scettica ostetrica mi fa un veloce monitoraggio.

“Ecco qua”, mi dice “questo è il battito della bambina” e mi lascia un paio di minuti seduta sulla poltrona. Nel mentre arriva mio marito e poco dopo torna l’ostetrica, che mi porta nello studio del ginecologo di turno. Mi fa una veloce visita interna e mi dice che è tutto chiuso, di non far perdere tempo, di andare a casa e riposare. Mi impunto. Riferisco di non aver sentito la bambina muoversi dal mattino presto, mi risponde che intanto c’è battito, che è solo stanchezza. In quel momento sento un calcio. Uno. Lo riferisco al ginecologo. “Ecco, appunto, tutto a posto” mi risponde. Gli dico che non riesco a tenere la schiena dritta dal dolore. “Riposo, le ho detto” e mi manda a casa.

Arrivata a casa non pranzo neanche, mi sbatto sul divano e guardo un po’ di tele, ma di Alice nessun movimento. Nulla di nulla. Ricordo di aver scaricato almeno 4 app (totalmente inutili) che per miracolo mi potessero far sentire il battito dal telefono, che sciocca che ero! Metto canzoncince da bambini su Youtube e appoggio il telefono sulla pancia, di solito le piace ascoltare musica, ma nulla. Verso le 19 mi sale la febbre a 39° e mio marito, che era appena uscito da lavoro, decide di passare di nuovo in ospedale e riferire al ginecologo (lo stesso del mattino) della mia febbre; lui gli dice di farmi prendere una tachipirina, anche 1000 e se si fosse abbassata non avrei avuto nulla da temere.

Effettivamente la febbre si abbassa, alle 21 neanche sono a letto, ho sempre dolori, ma riesco ad addormentarmi. Alle 5 del mattino mi sveglio, ho malissimo, penso di avere le contrazioni, mio marito si sveglia con me, vado in bagno e vedo che ho perso il tappo. Torno e gli dico “ho paura che potrei partorire a breve”! Le contrazioni continuano, ma al corso preparto mi avevano insegnato di non andare in ospedale prima di un certo momento: mi metto a cronometrarle, contrazioni da 30 secondi l’una ogni 5 minuti.

Decido di chiamare il mio ginecologo che mi risponde subito, gli spiego la situazione e mi dice di correre subito nell’ospedale della provincia, perché dotato di terapia intensiva neonatale. Dico a mio marito che dobbiamo andare, ma non se la sente di guidare, così chiama l’ambulanza e riferisce le direttive del ginecologo: devo essere portata nell’ospedale con la tin. Ma no, loro mi portano nel mio solito ospedale, quello del giorno precedente, quello in cui lavorava il mio ginecologo.

In pronto soccorso sento un’infermiera che dice “è un codice giallo, ma solo perché perché è arrivata con l’ambulanza”. Mi fanno le analisi delle urine, ma ora che ci pensavo non riuscivo a urinare dalla sera prima. Mi mandano in ginecologia, dove trovo la scettica ostetrica della mattina precedente. “Oh, ci rivediamo”. Mi siede sulla stessa poltrona del giorno precedente, mi attacca il monitoraggio, mi guarda senza dire niente e mi lascia lì, di nuovo, con un fievole battito di sottofondo.

Guardo mio marito “ma questo non è il battito di Alice, ieri non era così, era più forte!”. Torna l’ostetrica: “venga, che facciamo una visita con il primario”. Entro nello studio, mi fanno stendere e il primario mi fa un’ecografia. Non guardo nulla, sono terrorizzata. Guardo solo mio marito di fronte a me, sperando di captare qualcosa dalle sue espressioni del viso, ma anche lui è immobile. Dopo 2 lunghissimi minuti vedo con la coda dell’occhio il primario portarsi la mano alla bocca, se la passa sul mento, poi parla: “Signora, mi dispiace, le devo dare una brutta notizia, non c’è più battito”.

Di nuovo. Di nuovo quelle parole. Ho urlato. Ho urlato come una pazza.

No.

L’ostetrica è corsa a chiudere la porta, mio marito è corso ad abbracciarmi. Un anno dopo scoprirò che quell’urlo si è sentito fin nel corridoio principale. L’ostetrica improvvisamente non è più scettica, quando dicevo di stare male lo stavo per davvero. Mi accompagna in camera e mi dice che mi avrebbero ricoverata.

Non capisco niente. Mi danno delle gocce, dei tranquillanti, nessuno mi spiega nulla, solo tutti mi guardano con la faccia da cane bastonato. Ricordo di aver pensato “mi suicido”, subito seguito da “o mio dio, devo partorire”.

Il pensiero mi tormenta, ma nessuno mi spiega nulla. Ero in ospedale senza sapere cosa sarebbe successo. Mi fanno un ecg, tamponi anali e vaginali, flebo, analisi del sangue, analisi delle urine. Mi faccio fare di tutto come un burattino, non ho neanche la forza di reagire e poco dopo mi rendo conto che non ho più la forza di camminare. Le gambe mi cedono, non reggono il peso del mio corpo, gli occhi mi diventano gialli, nel mentre arrivano i risultati delle analisi e scopro di avere un’infezione alle vie urinarie e i valori della bilirubina alle stelle, avevo il fegato completamente andato.

Mi vogliono fare l’antibiotico, ma in ospedale non ne hanno. È introvabile. Sento caos nel corridoio: erano mia mamma che urlava e mio padre che aveva letteralmente appeso al muro il ginecologo che mi aveva visitato il giorno prima e che mi aveva mandato a casa perché “non posso mica fare le analisi a tutte quelle che mi dicono che hanno mal di pancia”.

Ma l’antibiotico ancora non arriva. Sono intanto le 16, sto sempre peggio, le mie condizioni si aggravano ogni minuto che passa. Bisogna far nascere la bambina, il mio corpo non ce la fa più. Mio marito chiede mi venga fatto il cesareo, ma il primario decide che è meglio di no, perché sono tutta infetta e una volta aperta non sanno cosa potrebbero trovare e senza antibiotico è un diasatro.

Decidono di farmi l’ossitocina. Alle 17.30 mi portano in sala travaglio. Mio marito non mi ha lasciato la mano neanche per un secondo. Ricordo un sacco di persone in quella stanza: l’anestesista, il primario, il mio ginecologo, l’ostetrica, l’ostetrica stagista e 3 infermiere. Piango, urlo, dimeno le braccia come una bambina. Ho male e sto male, ma è più male emotivo che fisico.

Alle 18.40 arriva il momento di spingere, sento perfettamente il momento in cui scende la testa di Alice. Mi chiedono se, una volta uscita, voglio vederla. Sto in silenzio, non so cosa rispondere, così mio marito dice di no per me. Nessuno mi aveva spiegato come sarebbe stata, avevo paura fosse ormai nera e non rosa e profumata come tutti gli altri bambini. Alle 19 spaccate di domenica 21 maggio 2017 nasce in silenzio la mia meravigliosa bambina. Me la portano via subito. Non vedo niente. Non sento niente. Mi giro verso mio marito: “è finita”. E piangiamo e piangiamo e piangiamo mentre le infermiere mi puliscono.

Poco dopo torna il mio ginecologo e mi chiede i consensi per l’autopsia, firmo i fogli ancora con le gambe aperte. Alice pesava 1310gr per 30cm. Mi riportano in stanza, dove mi aspettano i nostri amici più stretti e i nostri genitori. Non parlo, sorrido, sorriso di circostanza, “sto bene, andate a casa”.

Dio, quanto ho pianto. Ovviamente non stavo bene, il primario mi chiedo se voglio uno psicologo, ma rispondo di no. Permettono a mio marito di dormire con me. Parliamo e piangiamo tutta la notte. Solo in quel momento realizzo che mia figlia era morta. Nessuno me l’aveva detto, nessuno aveva pronunciato quelle parole, fino a quel momento non ci ero arrivata. Alice era morta. Era morta nella mia pancia. Avevo appena partorito mia figlia morta. E non l’avevo vista. Mia figlia era morta e non sapevo neanche come era fatta.

Il giorno dopo dico al primario che si, voglio lo psicologo, allora mi indirizzano da una del consultorio della mia città. Mio marito mi chiede in privato se voglio vedere il corpo di Alice, ma rispondo di no: mi vergognavo a chiederlo e poi, avendo dato il consenso per l’autopsia, il suo corpo era già a Torino.

Dopo una settimana di ospedale mi dimettono. Finalmente cammino, faccio punture contro la trombosi, prendo millemila antibiotici e medicine, i miei valori sono ancora tutti sballati, ma sono viva.

Inizia il calvario della burocrazia: in ospedale ci danno il certificato di nascita di Alice, “nata morta” c’è scritto. Dobbiamo portarlo in comune. In comune una gentile segretaria ci indirizza nello studio della sua superiore che, con una calma e gentilezza immane, ci dice che le servono anche i fogli delle pompe funebri. Sgrano gli occhi. Ci avevo pensato, ma avevo sempre evitato la realtà: il funerale. “Ragazzi, dovreste andare dalle pompe funebri e fare organizzare una piccola funzione, ai fogli pensano tutto loro”, ci spiega l’impiegata.

Usciamo di lì ancora più avviliti. Andiamo dalla pompe funebri, entriamo piangendo e diamo il certificato di nascita all’impresario. Noi non parliamo, ma gli occhi del ragazzo di fronte a noi dicono tanto. Ci fa le condoglianze e ci chiede dov’è il corpo di nostra figlia, improvvisamente realizziamo che non sappiamo se è ancora a Torino a fare l’autopsia o se l’avevano già rimandato indietro. Ci chiede se vogliamo metterla per terra o nel loculo. Ci parla della bara: piccola, bianca, con un angelo sopra. Ci chiede dei fiori. Noi sempre in silenzio. Poi l’ultima domanda: “Avete scelto i vestiti?”. E chi ci aveva pensato? Non ho mai perso nessuno nella mia vita. Improvvisamente il vestito che le avevo immaginato addosso per il giorno di dimissione dall’ospedale diventa il vestito del giorno del suo funerale. L’impresario ci dice di pensarci su, di tornare dopo pranzo con i vestiti e le risposte.

Andiamo a casa, fissiamo la porta della cameretta per due ore, nessuno ha il coraggio di entrare in quella stanza rosa e piena di vestiti. Mi siedo su quella poltrona. Ci stramazzo sopra e piango. Dopo un’altra mezz’ora riusciamo ad aprire i cassetti e scegliere il vestitino. Prendiamo anche un pannolino, il ciuccio, la catenella portaciuccio con il nome e un paio di calzini “perché io ho sempre i piedi freddi”, dice mio marito.

Torniamo dalle pompe funebri, portiamo i vestiti, decidiamo di metterla nella terra, facciamo scegliere a loro la bara e i fiori, e il ragazzo ci spiega che potevamo fare il funerale il giorno dopo, che il corpo era in frigo, che l’avrebbero trattato con la massima cura e vestita bene. Frigo. Avrà ripetuto quella parola almeno 8 volte. Penso per rincuorarci del fatto che sarebbe stata trattata bene, ma a me faceva solo gelare. Mi fa un’ultima domanda, mi chiede se vogliamo la bara aperta o meno. “SI!”. Ecco l’unica occasione che ho di vedere mia figlia. Era morta e l’avevano vista solo medici.

Il giorno dopo il sole splendeva alto, era una bellissima giornata calda, e noi andavamo al funerale di nostra figlia. Entro nella camera ardente e vedo il suo corpicino perfettamente vestito, in una piccola bara bianca. Era perfetta. Bella come non mai. Aveva delle fasce intorno alla testa: l’autopsia. Me ne ero dimenticata. Mi pento di non averle portato un cappellino.

Una volta giunti al cimitero, mettono la bara nella terra. La coprono. Una meravigliosa corona di fiori sopra. Finalmente sto meglio. Mi sembra di averla “lasciata andare”. ” Ora è davvero finita”, dico a mio marito. Non ho mai pianto tanto come in quei mesi.

Pochi giorni dopo il funerale sono arrivati i risultati dell’autopsia: infezione da lysteria. 150 casi in Italia. E si ricomincia: ministero della salute, nas, questionari, indagini, telefonate, interrogatori. Così per un mese, ma alla fine non ho mai scoperto cosa ho mangiato o bevuto che era intaccato da quel virus. Le mie sedute dalla psicologa continuavano, ma erano completamente inutili, stavo meglio solo parlandone con mio marito, con gli amici, con gli estranei addirittura. A volte esternare il dolore fa bene, benissimo. Mio marito è stato per me una roccia, un’ancora di salvezza.

Siamo stati forti insieme, ci siamo risollevati insieme e adesso abbiamo Samuele, il nostro arcobaleno: un uragano di vita di quasi 2 anni che ci ha stravolto l’esistenza. Alice è sempre con noi, andiamo al cimitero tutti insieme, e quando sarà più grande gli racconterò e parlerò di sua sorella.

Un articolo lunghissimo e forse anche un po’ noioso per alcune, ma è giusto che si sappia: queste cose succedono. Perché a noi? Non lo so. Le persone muoiono. La morte non deve essere un tabù. Su 10 persone forse 1 pronuncia il nome di Alice, nessuno ne parla mai, e la cosa mi irrita un sacco: come se così facendo noi non ricordiamo il dolore. Ma noi ormai abbiamo imparato a convivere con il dolore. Perché indietro, per fortuna o purtroppo non si torna. La morte in utero esiste. La morte perinatale esiste. Succede. È orrendo e non dovrebbe, ma succede. La sanità è quello che è. Se quel ginecologo quella mattina mi avesse fatto le analisi delle urine si sarebbe subito reso conto che qualcosa non andava, forse Alice ora sarebbe qui o forse no. Chi lo sa. Non lo so e non lo saprò mai. Niente e nessuno mi ridarà mia figlia.

Dopo quasi 3 anni persino il suo ricordo sta iniziando ad affievolirsi nella mia mente. Se conoscete qualcuno che ha vissuto questo trauma, questo lutto, non fate finta di niente. Parlatene. Pronunciate il nome del bambino o della bambina. Voi non parlereste sempre dei vostri figli? Anche loro. Non fate finta non sia successo niente, è peggio. Se volete aiutare, parlate ❤

Se volete essere aiutate, scrivetemi in dm su instagram (@martinaarecco), sarò felice di leggervi e ascoltarvi.

Non siete sole. 

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Un pensiero su “La morte in-attesa

  1. Roberta dice:

    Tesoro mi dispiace tanto, ma sei una persona forte. Adoro seguirti e vederti sorridere nelle tue stories, come se questo ormai fosse solo un brutto sogno. Mi dispiace davvero molto, ti auguro davvero il meglio 💕 un bacio alla piccola Alice

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